Storie brevi

IV: Taxi per l’Altrove

Appena lo vide, Alice si alzò leggera e lo accolse prendendolo per le mani. “Sono così felice che tu sia venuto ragazzo mio!” esclamò.

“Ma Alice…tu qui? Sono così confuso” disse Pietro stringendo ancora di più le mani della vecchia, come aggrappandosi ai sensi per capire cosa stava succedendo.

Alice gli diede un buffetto affettuoso sulla guancia “Non agitarti caro, vieni a bere il caffè, è il migliore che tu abbia mai assaggiato”

Pietro si sedette con la strana coppia e bevve un sorso di caffè dalla tazzina che si era ritrovato tra le mani. Era davvero il caffè più buono che avesse mai assaggiato.

“Alice che cosa sta succedendo, che posto è questo e perché io sono qui?” chiese il giovane tutto d’un fiato, ora che il caffè gli aveva ridato un po’ di coraggio.

“Sei qui perché sto morendo” disse Alice tranquillamente.

A Pietro mancò il respiro. “Cosa??”

La donna annuì “È così mio caro, non posso più ritardare il mio appuntamento, ho resistito abbastanza a lungo. Ma ciò mi ha permesso di incontrarti e in definitiva io e i miei egregi colleghi vorremmo offrirti un lavoro, ecco perché ti ho dato la chiave per aprire il cancello e ho chiamato il taxi per l’Altrove. L’ho fatto per mostrarti questo mondo e per offrirti un impiego” spiegò Alice.

“Ma che dici? Che impiego?” chiese Pietro.

“Come custode delle chiavi” disse l’uomo della reception.

Alice fece una risatina che Pietro non gli aveva mai sentito fare prima: era allegra, da bambina che ha combinato una marachella, non amara e sarcastica come era abituato a sentirla di solito.

“Ora che ci penso è molto appropriato! Sembra che il tuo nome ti sia da garanzia” tornando seria ma amichevole aggiunse “Vedi ragazzo, io sono stata custode di quelle stesse chiavi che hai usato oggi per diversi anni, dal mio primo viaggio qui. Ma ora che sto per morire, c’è bisogno di un nuovo custode e tu sei la persona giusta”

“Ma come fai a saperlo? E poi mi spiegate che posto è mai questo?” chiese Pietro.

“Dopo una notte passata in compagnia di eventi inafferrabili e creature straordinarie, non hai una vaga idea di cosa potrebbe essere?” disse l’ometto biondo.

“Potrebbe essere l’aldilà, dopo tutto il fatto che lei signore, si trovi qui è una prova a favore di questa tesi. Per non parlare di come tutti chiamate questo posto: l’Altrove. Potrebbe essere un mondo degli spiriti, dove ci sono animali e creature bizzarre e dove persino gli oggetti parlano. Potrebbe essere frutto della mia malattia al cervello, potrebbe essere un sogno o la fantasia di un’artista…” snocciolò Pietro.

“…oppure tutto quello che hai elencato insieme. Oppure niente” disse Alice.

“Il punto è che l’Altrove è un mondo fragile, lo è sempre stato. C’è un confine sottile che lo separa dal tuo mondo e questo deve essere sempre mantenuto separato: i due mondi si sfiorano in continuazione ma c’è sempre come un velo che li separa. Attraverso le trame di questo velo i due mondi s’intersecano senza conseguenze. Se gli argini del fiume che hai attraversato si rompessero, sarebbe un disastro. D’altra parte se non ci fosse qualcuno che apre il cancello tutte le notti, il tuo mondo ne soffrirebbe parimenti” spiegò l’uomo della reception.

“Continuo a non capire” disse Pietro, scuotendo il capo.

“Non devi capire tutto oggi, ma sappi che per esempio, se il cancello non venisse aperto tutte le notti tu non avresti più ispirazione per i tuoi dipinti, né una bambina potrebbe sognare di essere una grande scienziata” disse Alice.

“Né i miei amici potrebbero ricevere i miei suggerimenti. Non spedisco posta molto spesso, ma tutto quello che passa da me, io lo consegno al nostro collega che si occupa di farlo arrivare prima dell’alba di là del fiume” aggiunse l’uomo biondo.

“Sembra che tutti abbiate delle grandi responsabilità” disse Pietro.

“L’Altrove è indispensabile” annuì Alice.

Pietro guardò il fondo della sua tazza di caffè, ora vuota “Io ho paura” disse infine.

“Non sei obbligato ad accettare, se non te la senti” disse Alice, sporgendosi con aria apprensiva.

“Non è la vostra offerta che mi fa paura” disse il giovane “Io non so se mi sarà possibile portare avanti un simile compito per molto tempo. Sono malato, devono operarmi e non so nemmeno se sarò più lo stesso in caso sopravviva all’operazione…”

“Ma tu vuoi vivere giusto?” fece il tassista, emergendo dall’ombra di una pianta tropicale.

“Da quanto tempo sei li, impiccione!” disse Alice, con voce severa.

“Abbastanza a lungo. Il ragazzo è un buon candidato ma ha troppa paura di vivere, è questo il problema. Ormai si è convinto di essere spacciato e non riesce a vedere oltre, così facendo non riesce a capire l’Altrove” disse il tassista con voce bassa e dura.

“Non è così! Io voglio vivere. Ma come faccio a guardare al futuro se non sono sicuro che domani ci sarà?!” rispose Pietro.

“Se sei davvero sicuro di quello che vuoi, allora non avrai problemi ad attraversare il fiume a nuoto” ribatté il tassista.

Alice e l’ometto biondo sussultarono.

“Sei impazzito?!” disse lei.

“Perché correre questo rischio?” disse lui.

“Perché no. Se davvero c’è un futuro per questo ragazzo allora i messaggeri del fiume lo guideranno” disse il tassista, facendo spallucce.

“D’accordo accetto la sfida!” disse Pietro. D’un tratto non si chiedeva più in che situazione si fosse cacciato, il tassista gli aveva solo dato sui nervi. Gli avrebbe fatto vedere che la sua volontà di vivere era salda.

“Pietro sei sicuro?” chiese Alice.

“Non preoccuparti, sono un bravo nuotatore” disse Pietro.

*

L’argine del fiume era melmoso e la corrente ora sembrava più forte di quando avevano attraversato all’andata. Pietro vide che ormai la notte stava per finire e che una luce fredda e grigia spuntava all’orizzonte dietro le sue spalle.

Erano tutti fermi sull’argine in attesa.

“Allora io vado. Ci vediamo dall’altra parte” disse rivolto ad Alice.

Lei lo guardava con occhi preoccupati, mentre l’uomo della reception, fu’ grande artista, la confortava con una mano sulla spalla. Il tassista stava dritto e immobile con la sua figura nera e longilinea che creava una lunga ombra sulla riva.

Pietro fece un sospiro ed entrò in acqua: dal momento in cui i suoi piedi nudi toccarono l’acqua nera, ebbe la sensazione di aver già perso la sfida: l’acqua era fredda, la corrente inaspettatamente violenta e una forte sensazione di sconforto lo avviluppò come corda.

Pietro nuotava con grandi bracciate, la testa che s’immergeva e ricompariva, il respiro che si faceva sempre più come un rantolo. Sott’acqua era completamente buio, impossibile distinguere alcunché, ma in ogni caso la vista cominciava ad appannarglisi. Le orecchie gli pulsavano come se qualcuno lo avesse rimesso dentro alla macchina per la risonanza magnetica. THUN THUN THUN – Stia fermo, tutto sarà finito prima che possa rendersene conto – Ma il fiume sembrava non finire mai.

Non riusciva a pensare ad altro che al freddo, ai crampi che gli mordevano le gambe e le braccia, ma doveva continuare a nuotare o sarebbe stato perduto. – Ha troppa paura di vivere…è convinto di essere spacciato – le parole del tassista gli martellavano in testa.

All’improvviso Pietro ebbe la sensazione di non sapere dove stava andando: era la direzione giusta? Oppure stava solo nuotando contro la corrente, restando fermo. Il tassista lo aveva ingannato? Preso dallo sconforto il giovane spinse con forza l’acqua sotto di sé, ma le sue gambe già intirizzite, protestarono per lo sforzo con un dolore lancinante che riverberò in tutto il suo corpo. L’urlo di Pietro venne soffocato dall’acqua nera che gli riempì la gola: il giovane andò sott’acqua, trascinato dalla corrente. Nel buio non riusciva a distinguere più la superficie dal fondo. Pietro si vide come al di fuori di sé, scomparire inghiottito dal nulla, freddo e agitato dalla corrente.

Un bagliore bluastro oltre le sue palpebre chiuse gli fece aprire gli occhi: era circondato da strane creature alate, un po’ farfalle un po’ pesci che emanavano una luce blu elettrica. Pietro le osservò mentre sentiva che l’ossigeno ormai stava per finire nei suoi polmoni. Le creature lo attorniavano e sembravano volare o nuotare tutte verso la stessa direzione. Il giovane decise di seguirle finché poteva, anche se ormai i suoi muscoli erano stanchi e pesanti. L’ultima cosa che Pietro vide furono le creature blu elettriche che lo guidavano nel buio, e in qualche modo non aveva più importanza dove: era sicuro di potersi fidare di loro.

Il campanello di casa suonava all’impazzata, strappandolo da un sonno profondo e inquieto sul letto disfatto. Pietro aprì gli occhi spaventato e si rese conto di essere a casa, nel suo letto, come già gli era successo quella notte, o forse era stato solo un sogno. Il sole filtrava attraverso le persiane socchiuse della sua camera. Il campanello non gli dava pace.

Il giovane si alzò con la sensazione di essere stato calpestato da un pachiderma: tutti i muscoli erano indolenziti ed era sudato come dopo una lunga corsa. Arrancò verso la porta imprecando e aprì rumorosamente. Si ritrovò davanti la faccia rugosa e incredula di Alice che, con una vestaglia verde consunta e i capelli bianchi arruffati in una nuvola, sembrava fosse anche lei appena scesa dal letto.

“Che…” cominciò Pietro, ma prima di riuscire a completare qualsiasi pensiero, Alice lo abbracciò affondando il naso adunco nel suo petto.

“Non mi rispondevi e ho pensato che…” disse la vecchia con la voce roca.

Pietro s’intenerì “Te lo avevo detto no? Ci vediamo dall’altra parte”

Alice lo liberò dal goffo abbraccio e lo guardò, se possibile ancora più stupita.

“Vieni su, prendiamoci un caffè” disse con un sorriso sdentato.

Dopo la pioggia incessante del giorno prima, il sole riscaldava la terrazza di Alice, dove due vecchie sedie di vimini e un tavolino ricavato con un grosso vaso di coccio, li accolsero. I due sedevano in silenzio, la vecchia e il giovane, ascoltando i canarini cinguettare nella gabbia e sorseggiando caffè amaro.

“Allora, cosa intendi fare?” chiese Alice rompendo il silenzio.

Pietro s’infilò una mano nella tasca del pantalone e ne tiró fuori la vecchia chiave di Alice. La soppesò in mano per un istante e poi l’agganciò al suo mazzo di chiavi. Alice annuì con un gran sorriso e sospirò.

“Allora, non ti sembra il caffè migliore che tu abbia assaggiato?” chiese la vecchia.

“Il tuo caffè è proprio schifoso Alice!” esclamò Pietro, con una finta smorfia.

Alice buttò indietro la testa ed eccola lì, la risata da megera che Pietro aveva imparato a conoscere, quella che rimbombava nella casa, nel palazzo, facendo zittire i canarini e drizzare il pelo sulla schiena ad un solitario gatto nero che li osservava da sopra il tetto.

Fine

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