Storie brevi

I: Taxi per l’Altrove

“Cancro? Ne è sicuro?”

Il dottore lo guardò da dietro le lenti degli occhiali scesi sul naso.

“Curabile, ma da non sottovalutare. Fissiamo una biopsia con il chirurgo dell’ospedale e vediamo cosa ci aspetta…” aggiunse con voce rassicurante.

“Cosa MI aspetta vuole dire” disse Pietro.

Sulla via di casa, mille pensieri affollavano la mente del giovane artista: cosa gli riservava il futuro? Aveva solo sua madre, con la quale si sentiva al telefono ogni tanto e non aveva mai fatto pesare nulla sulle sue spalle: quando si era rotto la gamba, glielo aveva detto solo una settimana dopo, quando il peggio era passato. Ma adesso questo, come avrebbe fatto a non farla preoccupare? Poteva non dirglielo? Chi si sarebbe occupato di lei se le fosse accaduto qualcosa mentre lui era convalescente?

Tirava un vento freddo e impertinente per essere primavera e grossi nuvoloni grigi affollavano il cielo. Probabilmente sarebbe venuto a piovere, penso Pietro. Il corridoio della palazzina era buio, come entrare in una cantina. La vecchia inquilina dell’ultimo piano aspettava l’ascensore, poggiata al suo bastone con la destra, mentre reggeva quella che sembrava una busta della spesa con l’altra.

“Salve Alice, ti aiuto, sembra pesante” disse in tono scorbutico Pietro. Il suo tono di voce era sempre scorbutico, anche quando voleva semplicemente essere gentile. Il suo aspetto di solito marcava ancora di più il personaggio di boscaiolo imbronciato: alto, robusto, con una barba rossiccia e un gran naso aquilino. La maggior parte delle volte la gente lo prendeva per un maleducato o per uno…strano. Nonostante l’aspetto rozzo però, Pietro era un ragazzo intelligente, con un buon senso dell’umorismo che poteva trasformare in sarcasmo tagliente con chi non gli andava a genio. Grazie a questi tratti del suo carattere, andava abbastanza d’accordo con la sua anziana vicina.

“Oh Pietro! Brutto tempo fuori, meno male che sono rientrata prima che scoppiasse il fortunale” rispose Alice, con la voce scocciata quanto lui.

Comunicavano così, ma sembrava che ci fosse una specie di affetto tra i due. Si erano conosciuti circa un anno prima, davanti alla bancarella della frutta al mercato. Pietro era solito mettere la sua spesa in una cassetta di legno perché odiava tutte le buste di plastica che finivano per inquinare l’ambiente. Alice si era incuriosita di questa sua abitudine e così, un giorno, gliene aveva chiesto il motivo.

“Non sopporto gli sprechi e la plastica” aveva risposto lui, col solito tono scorbutico.

Alice non era stata minimamente intimorita: gli aveva proposto di unirsi a lei per un’iniziativa che stava organizzando con il comitato di quartiere per ripulire il vecchio giardino chiuso da anni vicino a loro. Pietro era rimasto sorpreso dal piglio e dalla determinazione della vecchia: di solito le anziane signore erano le peggiori per quanto riguarda lo spirito ecologico, probabilmente perché erano cresciute durante gli anni in cui la plastica era la novità del secolo e tutti la usavano per tutto.

Alice conosceva Pietro di vista; sapeva che era uno dei suoi condomini e che era una specie di artista; a sua volta la vecchia si era stupita della saggezza e sensibilità dimostrate da lui, in forte contrasto con il suo modo di fare rozzo e scorbutico. Pietro non solo conosceva il giardino abbandonato dall’incuria del comune, ma sapeva anche la sua storia e il valore artistico che aveva per la città.

Era nata così una strana amicizia tra un giovane e un’anziana. Pietro lavorava come tutto fare, arrangiandosi come poteva; ma la sua vera passione era la pittura. Alice aveva visto i quadri di Pietro e ne era rimasta affascinata: vortici di colori, lettere di un alfabeto sconosciuto che danzavano sulla tela tra figure mistiche. “Le lettere di fuoco” le chiamava il giovane, erano la massima produzione della sua fantasia e gli apparivano davanti agli occhi quando era immerso nella concentrazione del suo studio di pittura.

Arrivati all’ultimo piano, Pietro abitava al primo, perciò era proprio una cortesia che stava facendo all’anziana donna di accompagnarla fino a casa, la donna aprì a fatica il portoncino blindato sferragliando il mazzo di chiavi.

“Un giorno mi dirai a cosa ti servono tutte quelle chiavi! Potresti tenere dei mazzi separati, sai?” disse il giovane, entrando e poggiando la busta sul tavolo della cucina.

“Sciocchezze! Sono troppo importanti: ci sono le chiavi di casa, le chiavi della cassetta della posta, della cantina e questa” disse la donna indicando una chiave antica di ferro “è la chiave di un posto speciale!” disse con tono d’importanza.

“Sono le chiavi della cassetta con i gioielli? Guarda che se le perdi, le perdi tutte insieme!” la rimproverò Pietro.

Alice rise con la sua risata da megera, e si mise ad armeggiare con la caffettiera. “Per questo le porto sempre con me dove sono sempre al sicuro!”

“Lascia stare il caffè Alice, me ne torno a casa” sospirò il giovane. Alice era una gran testarda, le ricordava sua madre, per quello le voleva bene.

La casa di Pietro era sempre in disordine: pennelli ammollo nel lavabo, pezze con macchie di colore appese alle sedie, tele ovunque ad asciugare…Alice era rimasta sconvolta la prima volta che aveva messo piedi lì dentro. Aveva anche avuto l’impressione che il giovane non mangiasse molto e che vivesse più che altro di caffè e ispirazione. Per questo spesso lo invitava a pranzo da lei, anche se raramente il giovanotto orgoglioso aveva accettato.

Alice lo guardò in tralice mentre il giovane si girava per andarsene, le ampie spalle incurvate come sotto un grande peso.

“So che il mio caffè ti fa schifo, ma concedi almeno un modo ad una vecchia per ringraziarti della tua cortesia” gli disse.

“Hai ragione, il tuo caffè fa proprio schifo!” rise Pietro, la mano già sulla porta pronto ad andarsene. “Ma lo bevo lo stesso, però non oggi va bene?” aggiunse con tono addolcito.

Prima che potesse iniziare a scendere le scale, Alice lo chiamò e, senza tanti complimenti, gli mise in mano la vecchia chiave di ferro. Pietro la guardò perplesso “Cosa…” iniziò.

“Questa notte alle tre passerà un taxi a prenderti, non lasciarti intimidire dal suo aspetto. Se decidi di prenderlo ti porterà dove questa chiave potrà servirti” disse Alice a voce bassa.

“Alice non ti facevo della massoneria” scherzò il giovane.

“Non essere ridicolo!” lo rimbeccò la donna, dandogli un buffetto sul gomito, visto che il giovane era troppo alto perché lei arrivasse alla nuca. “Ti servirà per schiarirti le idee e per i tuoi dipinti. Qualunque cosa ti passi per la testa sembra molto pesante” aggiunse spingendolo via e chiudendo la porta.

Pietro rimase per un attimo dietro la porta chiusa, indeciso se farsi aprire per restituire subito la chiave: chiaramente Alice stava cominciando a perdere qualche rotella, oltre che qualche chiave. Poi decise di mettere l’oggetto direttamente nella cassetta delle lettere all’ingresso. Arrivato al piano di sotto però venne distratto dagli schiamazzi dei tre bambini dell’unica famiglia del condominio, i quali stavano tornando da scuola in modo molto rumoroso, in un vortice di zaini colorati, grembiuli svolazzanti e risate tintinnanti. Pietro adorava i bambini, altra caratteristica in netto contrasto col suo modo di fare con gli adulti.

Una volta arrivato a casa, si ricordò della chiave di ferro che aveva ancora nella tasca del pantalone, ma ormai non aveva più voglia di uscire; i pensieri dell’ospedale, dell’operazione e di sua madre gli pesavano sul petto. Si chiuse nello studio con un principio di mal di testa e si mise a dipingere. Sembrava tutto più semplice, più chiaro quando dipingeva: si lasciava guidare dalle forme e dai colori come se i pennelli fossero un’estensione del suo pensiero. Passò l’intero pomeriggio a dipingere, fermandosi solo quando i morsi della fame non lo costrinsero ad andare in cucina ad esplorare il frigorifero. Dopo un semplice panino con prosciutto e insalata, il ragazzo si sentì esausto e caracollò verso il letto, dove si stese a guardare il soffitto pieno di stelle che aveva disegnato lui stesso; presto si assopì, seguendo con gli occhi le forme delle stelle.

*

Qualcosa lo aveva svegliato completamente e si era ritrovato ad occhi aperti, seduto sul letto. Pietro non ricordava più che cosa lo avesse svegliato. Fuori dalla finestra era buio e le luci gialle dei lampioni indicavano che era notte. Quanto aveva dormito? Il giovane guardò vagamente la sveglia sul vecchio comò di legno: erano le tre e cinque minuti. Stava per rimettere la testa sul cuscino, quando il suono di un clacson lo fece sobbalzare: ecco cosa lo aveva svegliato.

Si alzò e andò a guardare dalla finestra, chiedendosi chi mai poteva essere il folle che suonava un clacson a quell’ora della notte. Un taxi sgangherato, di un colore mai visto, era fermo davanti all’ingresso del condominio. Pietro si ricordò delle istruzioni di Alice riguardo un taxi e la vecchia chiave di ferro; il giovane si tastò la tasca: la chiave era ancora lì. La donna dunque non vaneggiava, ma cosa avrebbe dovuto fare lui? Il taxi suonò di nuovo. Imprecando a denti stretti, Pietro afferrò la giacca e uscì di casa in tutta fretta: non poteva permettere a quel pazzo di svegliare tutto il vicinato!

Il taxi era ancora più brutto di quanto gli fosse sembrato dalla finestra; visto da vicino era evidente che doveva arrivare da un’altra epoca: la vernice verdastra era scrostata dal sole, i paraurti laccati erano arrugginiti in più punti e dal tubo di scappamento usciva un fumo niente affatto rassicurante.

Pietro si avvicinò con fare bellicoso e apostrofò il guidatore in modo deciso; “Si può sapere cosa crede di fare? Vuole svegliare tutto il quartiere? Sono le tre passate!” disse d’un fiato.

Il guidatore, un uomo curioso, magro e con un paio di baffetti lunghi da moschettiere e gli occhi chiari quasi gialli nel buio, lo guardò serafico da sotto la visiera di un ridicolo cappello da conduttore.

“Tu sei il mio passeggero presumo, Alice ha prenotato una corsa per te, Pietro” disse con voce melliflua.

Pietro rimase interdetto dalla risposta dell’uomo, il quale sembrava aver ignorato del tutto il suo rimprovero sul clacson.

“Sei in ritardo, per questo ho usato il clacson” aggiunse il tassista, a mo’ di spiegazione.

“Cosa sei un idiota? Non devi suonare il clacson a quest’ora! E non ho mai detto ad Alice di chiamarmi un taxi!” ribatté Pietro.

“Quindi non hai intenzione di salire?”

“Certo che no! Per andare dove poi? Questo non è mica un film!” disse Pietro agitando le braccia nella notte, come a far vedere che era uguale ad ogni altra notte.

“Peccato. Non capita spesso che un’artista sia invitato a fare un giro come questo. È la prima volta che Alice manda qualcuno, credi che sia un caso?” chiese serafico il tassista, sorridendo sotto i suoi baffetti.

“Come sai che sono un’artista? Te lo ha detto Alice?” chiese Pietro, perplesso.

Il guidatore del taxi sgangherato si limitò a stringersi nelle spalle.

Il giovane si guardò intorno indeciso: la situazione gli sembrava assurda.

“Dov’è diretta la corsa?” chiese.

“Lo scoprirai se sali”

“Ha a che fare con questa stupida chiave?”

Il tassista strinse gli occhi e annuì “Ma devi darti una mossa a deciderti ragazzo, o faremo tardi e non potrai usarla”

“Questo è ridicolo…” sbuffò Pietro. Senza più pensare, mise la mano sulla maniglia ed entrò nel taxi: i sedili di pelle consunti odoravano di vecchio.

Con un rantolo e una serie di scoppiettii, il taxi si mosse, allontanandosi dal condominio. Pietro rimase in un silenzio ostinato per un po’, rimuginando sulla propria situazione e chiedendosi se aveva fatto bene a fidarsi di quello strano guidatore. Cosa gli era saltato in mente di salire su un taxi che sembrava essere spuntato dal nulla e cosa c’entrava la vecchia signora dell’ultimo piano con tutto ciò?

Fine Prima Parte

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