Storie brevi

Parte I: Il gigante dalle quattro facce

C’era una volta una cittá immersa in una vallata tra alte colline, adagiata a fianco di un ampio fiume dove ogni giorno navigavano molti vascelli.

Nonostante fosse moderno e popoloso, il paese viveva nel terrore di un gigante mostruoso, che da tempo scendeva nella notte dalle colline per saccheggiare e tormentare gli abitanti del paese. Questo gigante non solo era alto e dotato della forza di 20 uomini, ma aveva anche 4 volti; infatti, la sua testa era egualmente divisa in quattro facce. Perció poteva vedere in ogni direzione e la voce delle quattro bocche risuonava minacciosa in ogni dove quando scendeva di notte per tormentare la cittá.

A nulla erano servite le difese cittadine: il gigante scavalcava il fiume e le mura con agilitá sorprendente. Uomini e bestie della guardia erano troppo spaventati per affrontarlo, nonostante il signore locale avesse promesso un premio generoso a chi fosse stato cosí impavido da affrontarlo.

Cosí, il gigante irrompeva ormai quasi indisturbato di notte, rubando pecore, polli, maiali, farina dal mulino e se ne tornava sulla montagna, ridendo sguaiatamente e facendo rabbrividire i grandi e piangere i bambini.

Tutte le genti di passaggio sulle loro barche e carri, venute a commerciare in cittá, avevano sentito parlare della piaga del gigante dalle quattro facce che l’infestava. Tutti si accertavano di finire i propri affari entro il calar del sole, cosí da essere ben lontani dal pericolo; tutti, tranne i valorosi ovviamente che, attratti dalla taglia sulla testa del gigante, restavano ad assistere alla discesa notturna. Coloro che avevano tentato, avevano miseramente fallito, uno dopo l’altro: chi atterrato da un pugno colossale, chi si era dato alla fuga non appena aveva posato lo sguardo sul suo temibile avversario.

Un giorno, un mago errante capitó nella cittá infestata dal gigante dai quattro volti. Il mago si incuriosí del gigante e della sua imbattibilitá e, venuto anche a sapere che un famoso paladino lo avrebbe sfidato quella notte, decise di assistere al duello.

La notte caló fitta di stelle sul paese spopolato: tutti i suoi abitanti infatti si barricavano in casa, cosí che le strade erano deserte e le taverne chiuse. Solo il mago ed il cavaliere rimanevano, il primo seduto sulle mura, osservava dall’alto il cavaliere sul suo destriero, impettito e scalpitante di fronte alla porta chiusa della cittá. Il mago si era portato una mela come spuntino che ora sgranocchiava rumorosamente, in attesa che il duello cominciasse, tanto che il paladino inamidato si risentí di una tale mancanza di serietá.

“Tu lassú” disse con voce dura al mago, “questo non é uno spettacolo da circo. Smettila immediatamente con questo ruminare e lascia che mi concentri”.

Il mago smise di mangiare e disse, “Mi perdoni gran messere, ma quando assisto a duelli come questo mi viene una gran fame, sa, per l’emozione”.

“Insolente” ringhió il cavaliere “ti passerá senza dubbio la fame appena vedrai il gigante. Scommetto che allora ti verrá una gran voglia di correre” aggiunse, ridendo beffardo.

Ma la sua risata fu sovrastata da un rombo basso, come di tuono all’orizzonte. Erano i passi del gigante che scendeva dal suo nascondiglio tra le colline, emergendo dai boschi ed avanzando inesorabile verso la cittá, con passi che facevano tremare il terreno.

Il destriero del cavaliere si lamentó con veemenza e sembró avere difficoltá a tenere il suo posto: di battaglie e duelli ne aveva affrontati, ma mai si era trovato davanti ad una creatura come quella.

Il cavaliere, ripresosi dall’orrore iniziale, si sistemó la lancia al fianco e si abbassó la visiera dell’elmo sugli occhi. Il mago osservava dall’alto, gli occhi come quelli di un gufo che luccicano nella notte.

Il gigante, arrivato sulla sponda del fiume, ignoró il ponte di pietra e con un balzo che fece tremare tutto, fu dalla parte della cittá e del cavaliere che lo attendeva. Era alto come 6 uomini e largo 3, gambe e braccia come tronchi d’albero e il ventre come un otre di vino. Il capo era egualmente diviso in 4 facce, identiche nell’aspetto: fronte alta e corrucciata, sopracciglia folte, occhi di brace nel nero della notte, un gran naso adunco e folti baffi e barba neri. Il gigante si fermó a pochi metri dal cavaliere, guardandolo come si guarda un ragno; poi squarció il silenzio della notte con la sua risata quadrupla e minacciosa.

Il cavaliere si buttó a capofitto in una corsa forsennata, lancia in resta e zoccoli scalpitanti. Il gigante lo aspettó, poi con una mano grossa quanto un carretto, sollevó cavallo e cavaliere e li lanció nel fiume alle sue spalle. Con un tonfo ed uno spruzzo, il duello si era concluso ancor prima di cominciare. Cavaliere e cavallo riemersero a fatica sulla sponda opposta e, non appena furono sulla terra ferma, batterono in ritirata verso l’orizzonte.

Dalle quattro facce del gigante sgorgó una risata dalle sfumature diverse: sembrava al tempo stesso divertita, irosa, isterica e angosciata. Una combinazione infernale, che riverberava tra le mura della cittá e dentro il petto degli uomini nascosti all’interno delle loro case. Anche il mago venne colpito molto dalla risata del gigante a quattro facce. Se in un primo tempo si era fatto beffe del cavaliere infatti, il mago aveva osservato con grande serietá il duello e le mosse del gigante.

Questi, finito che ebbe di ridere del cavaliere, spostó la sua attenzione verso la cittá, dove si diresse con i suoi passi tonanti. Arrivato alle mura, il gigante vi si arrampicó facilmente, scavalcandole come se fossero poco piú di un recinto di campagna. Il suo obiettivo quella sera era proprio la stalla del signore locale: sradicó il tetto della stalla come se fosse d’erba e cominció ad afferrare gli animali all’interno, che strillavano atterriti. Divoró cosí due maiali e una manciata di galline, ma improvvisamente nel suo frugare cieco e famelico, non si rese conto di aver agguantato il povero guardiano della stalla: questi gridava talmente tanto che era facile non distinguerlo dalle povere bestie che erano giá state ingurgitate dal gigante.

Il mago, che aveva seguito la scena da uno dei tetti delle case vicino alla stalla del bestiame, non poteva permettere che il gigante mangiasse il povero guardiano di animali.

“Ehi tu idiota! Non vedi che hai preso un povero servo al posto dell’ennesimo maiale? Mettilo subito giú!” gridó al gigante con voce autoritaria.

Il gigante si fermó con il povero guardiano a mezz’aria ancora chiuso nel pugno. Poiché aveva quattro facce, non ebbe nessun bisogno di girare la testa, ma gli bastó individuare il mago con gli occhi dardeggianti di una delle sue facce. Quando lo ebbe trovato, il gigante aprí tutte le sue quattro bocche e parló, urló, inveí, pianse, emettendo tutti questi suoni insieme in una gran confusione cacofonica che costrinse il mago a tapparsi le orecchie.

Il povero guardiano di bestiame era ancora prigioniero, anzi, sembrava che il gigante lo stringesse sempre di piú, strizzandogli fuori l’aria dai polmoni.

Il mago tiró fuori dalle sue innumerevoli tasche sparse per l’abito, dei fazzoletti e se l’infiló nelle orecchie. Tiró dunque fuori da un’altra tasca un bastone: le tasche di un mago sono capienti e incantate e possono celare di tutto al loro interno. Il mago agitó il bastone in direzione del prigioniero del gigante e il guardiano di bestiame spari’. Al suo posto un topolino di campagna guizzó veloce tra le dita del gigante a quattro facce e si buttó agile e veloce al sicuro tra le tegole del tetto di una casa vicina, scomparendo alla vista.

Il gigante aprí la mano, continuando ad emettere una cacofonia assordante e cercando con i suoi otto occhi fiammeggianti, il prigioniero scomparso. Resosi conto di essere stato beffato, si giró per agguantare il mago con il suo bastone.

“Oh no!” disse il mago, vorticando il bastone ancora una volta verso il gigante.

“A te che sei caos dei tuoi stessi sentimenti e hai accettato una vita da mostro del caos, comando di separarti e rimettere ordine dentro di te!” tuonó il mago.

Il gigante si fermó prima di riuscire ad afferrare il mago: la sua testa a quattro facce vorticó su se stessa come presa nel mezzo di un tornado, le facce urlanti che turbinavano violentemente fino a quando solo una faccia terribile fu visibile all’interno del vortice. Il mago non rimase a guardare troppo a lungo e saltó velocemente in cerca di un nascondiglio lontano dalle grinfie del gigante; sapeva che il suo incantesimo avrebbe avuto effetto, ma non sapeva bene quale.

Gli incantesimi improvvisati sono sempre efficaci, ma molto rischiosi per via del fatto che le parole usate da chi li pronuncia non sono nella lingua usata convenzionalmente dai maghi, la matematica. Immaginate incantesimi scritti con formule matematiche chiare ed eleganti, dimostrate e provate nella pratica dai maghi di tutte le epoche, che non hanno bisogno di essere pronunciate, ma solo pensate ed eseguite dal bastone, bacchetta, mani del mago che le usa; quelle sí che hanno un esito sicuro al 99%. Mentre le formule improvvisate, fatte di parole in una lingua locale, sono sempre un azzardo: ad ogni parola corrisponde una conseguenza, ma se la volontá del mago non è chiara nel modo in cui formula l’incantesimo, l’esito è sicuramente incerto.

Il mago ripose il suo prezioso bastone nell’apposita tasca e tiró fuori uno specchio magico da un’altra: questo era uno specchio che mostrava quello che il mago gli chiedeva di vedere. In questo modo il mago poté rimanere nascosto ad osservare gli effetti del suo incantesimo improvvisato sul gigante.

La testa del gigante rallentó il suo vorticare sul collo e, finalmente, si fermó non mostrando alcun cambiamento apparente: il gigante aveva ancora quattro orribili facce, che si tastava e massaggiava, in preda ad un violento capogiro. Dopo un momento in cui il gigante parve riprendersi dagli effetti del colpo ricevuto, guardó in tutte le direzioni con i suoi otto occhi rispettivamente confusi, irosi, sbalorditi e spaventati. Si mosse barcollando in direzione del muro di cinta della cittá, battendo in ritirata; arrivato di fronte alle mura della cittá peró gli effetti del capogiro provocati dall’incantesimo del mago dovettero assalirlo di nuovo, visto che sbaglió mira e anziché scavalcarle, diede un calcio al muro che si squarció aprendo una breccia.

Il gigante inciampó sui detriti e rotoló a terra all’esterno della cittá. Barcollando come se fosse ubriaco, si allontanó infine dalla cittá.

Il mago non perse tempo a nascondersi e si avvió al suo inseguimento: prima di tutto non aveva intenzione di perdere di vista il gigante e in secondo luogo non voleva essere incolpato per i danni che il suo incantesimo aveva provocato, anche se inavvertitamente alle mura della cittá. Non appena il mago ripose lo specchio magico in una delle sue tasche, un topolino di campagna gli scese sulla spalla da una fessura nel muro della casa dove il mago si era nascosto. Il topino, fece per aggrapparsi alla veste del mago ma scivoló e cadde nella tasca dove il mago aveva appena riposto lo specchio.

Il mago si mosse veloce tra le case e i detriti delle mura, mentre la cittá ormai all’alba, si rianimava di voci di persone e soldati che uscivano a vedere il risultato del duello tra il cavaliere e il gigante e constatavano sconvolti la breccia nel loro muro di difesa. Quel muro avrebbe dovuto proteggerli dagli attacchi dei pirati e delle cittá loro rivali che arrivavano dal fiume con le loro navi. Se si fosse sparsa la voce che la cittá era vulnerabile, i nemici non avrebbero esitato ad attaccarli. Dimenticandosi del gigante che la gente riteneva il solo responsabile di quel grave danno, gli abitanti si organizzarono per riparare le mura.

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