Storie brevi

Parte III: L’invasione

Quelli che erano piú contenti dell’avvento degli alberi mutaforma erano gli animali, i bambini e gli ambientalisti. I primi perché finalmente avevano trovato una foresta rigogliosa che teneva testa agli umani prepotenti; i bambini perché si erano realizzati i loro sogni di vedere una vera magia e di vivere in una foresta meravigliosa. Infine, gli ambientalisti perché finalmente la natura dimostrava di volersi ribellare alla tecnologia, all’inquinamento e al disboscamento.

Gli alberi magici si moltiplicavano a ritmo esponenziale, dicevano i telegiornali: grazie ai pollini, agli animali e agli umani che ne distribuivano i semi ovunque. Era impossibile risalire all’origine dell’espansione, dicevano gli esperti, ora che gli alberi si erano diffusi cosí tanto. Alcuni governi, soprattutto nei paesi piú poveri, inizialmente accoglievano di buon grado gli alberi mutaforma, visto che sembravano essere una fonte inesauribile di cibo vario e genuino. Altri governi invece, soprattutto quelli dei paesi che si erano dati al cemento e al petrolio, facevano di tutto per evitarli, dato che gli alberi mutaforma se ne fregavano altamente del cemento, delle fabbriche di automobili e delle banche crescendo allegramente sopra, dentro e accanto a qualunque cosa fatta di cemento e metallo.

L’unico modo per fermare gli alberi mutaforma era il fuoco: gli scienziati potevano anche non averci capito nulla sulla loro origine, ma come qualunque pianta fatta di cellulosa e legno, anche gli alberi magici perivano con il fuoco. Cosí molti governi diedero l’ordine di bruciare gli alberi mutaforma non appena fossero stati scoperti in mezzo agli alberi normali. Il guaio era che in molti casi non si poteva semplicemente dar fuoco agli alberi magici perché essi crescevano talmente attaccati alle case e a tutte le altre infrastrutture umane, che anche queste sarebbero state distrutte dal fuoco.

Gli alberi erano pericolosi solo quando crescevano di colpo, in una notte o in un giorno, ma non avevano fatto vittime se non qualche ferito da graffi di spine e corteccia o da crolli minori dentro gli edifici, perché agli alberi non interessava fare del male alle persone; volevano solo crescere e trovare un supporto per farlo e cosí si facevano strada piano ma inesorabili all’interno delle crepe nei muri, oppure attraverso le finestre aperte.

All’inizio la gente era spaventata e contrariata da quell’invasione del proprio spazio, abituati com’erano a condividere la loro vita quotidiana con ficus di appartamento, puntute piante grasse e bonsai delicatissimi e minutissimi. Col passare del tempo peró, la gente cominció ad abituarsi anche agli alberi mutaforma e a conviverci: chi si svegliava con un ramo di pesco in fiore e il cinguettio dei passeri per un ramo cresciuto proprio sopra al letto, chi durante la pausa pranzo coglieva direttamente la frutta fresca dall’albero spuntato dentro la mensa, chi come i clochard approfittava di costruire comode amache sugli alberi dormendo protetto con i pipistrelli e le upupe. Chi avrebbe mai pensato che un albero potesse creare cosí tanti problemi e risolverne altrettanti.

Col passare del tempo peró, gli alberi magici rallentarono la loro crescita: non cambiavano piú aspetto e specie cosí repentinamente come avevano fatto all’inizio, ma sembravano stabilizzarsi su un genere di albero in particolare e a caso, rallentando sempre piú le mutazioni fino a quando non rimasero abeti, pioppi, larici, meli, olivi… Gli scienziati ancora una volta si grattavano il capo cercando una spiegazione nelle pieghe del DNA degli alberi che fino a poco tempo prima non riuscivano a controllare e che ora invece sembravano diventati alberi normali. I telegiornali dicevano che l’invasione degli alberi mutaforma si era fermata e che il pianeta era coperto di alberi normali; se venivano tagliati non ricrescevano, se venivano bruciati ardevano e i loro semi, se piantati, non mutavano piú. Cosa aveva provocato tutto ció? Gli esperti, i religiosi, i politici, i tuttologi, non ci avevano capito niente.

Passato del tempo, gli uomini cominciarono ad abbattere alcuni degli alberi che erano cresciuti in maniera molesta all’interno di alcune strutture, per riappropriarsene. Passarono poi a quegli alberi che ostruivano le strade e i ponti, rimettendo il cemento al loro posto cosí che le macchine potessero tornare a circolare e gl’impiegati a mangiare cibo riscaldato ai microonde delle loro mense. Visto che gli alberi non producevano piú frutti in continuazione, anche i paesi piú poveri cominciarono a tagliarli, per ricavare legna da usare per vendere, costruire oggetti, bruciare fuochi e cosí via.

Nel giro di pochi anni, che videro l’economia e l’occupazione esplodere nella vendita di prodotti alimentari, legname, edilizia e manutenzione, il pianeta tornó ad essere quello di prima e gli umani ad occuparsi di produzione, vendita e guerre tra loro. Alcuni, pochissimi, lasciarono gli alberi dove erano cresciuti, un po’ a memoria di quegli anni bizzarri in cui gli alberi avevano cercato di riconquistare il pianeta e un po’ perché anche un albero di mele normale faceva comodo.

Un solo albero mutaforma rimaneva sul pianeta: quello scoperto dal piccolo Marco nel giardino vicino alla sua scuola. L’albero degli alberi non si era stabilizzato come glia altri: essendo il primo, aveva continuato ad avere rami di specie diverse dallo stesso tronco, che producevano frutti diversi tutto l’anno. Quando gli operai di una ditta edilizia lo scoprirono nella villa abbandonata che avevano intenzione di buttare giú per farci un nuovo albergo, si guardarono bene dal dirlo ai giornali: avrebbero sicuramente fermato i lavori per studiare l’albero originario e loro non avrebbero potuto lavorare per chissá quanto tempo. Inoltre non potevano rischiare di far spargere i suoi frutti in giro e dare inizio ad una seconda ondata di alberi mutaforma.

Una notte, gli operai e gl’ingegneri della ditta, diedero fuoco all’albero originario: alla chetichella, senza che nessun altro lo sapesse. L’albero brució con alte fiamme e gli operai spensero diligentemente il fuoco solo quando furono sicuri che aveva intaccato anche il centro dell’albero e alcune radici. Poi lo tagliarono, lasciando un moncherino in fondo al pozzo, di cui non si erano accorti fino a quel momento, e richiusero il pozzo con una colata di cemento.

L’albero degli alberi tornó cosí all’ombra, dormendo in fondo al pozzo, aspettando il momento in cui un raggio di sole, o di stelle, o una goccia d’acqua l’avesse riportato in vita per far fiorire la terra con i suoi frutti un’altra volta.

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