Storie brevi

Parte II: L’Invasione

Il giorno dopo, Marco era tutto preso dal raccontare ai suoi amici di come avesse scoperto una casa abbandonata fantastica, perfetta per le loro avventure. Alcuni suoi compagni non gli credettero, altri invece, benché scettici, decisero di seguirlo oltre la siepe durante la ricreazione. Alla fine, furono in quattro soltanto ad avere coraggio e curiositá a sufficienza per infilarsi nel tunnel di rovi fino al giardino della casa abbandonata.

Quando furono davanti alla casa, i ragazzi rimasero a bocca aperta di fronte ad uno spettacolo che non si aspettavano: la casa era ricoperta dall’alto da un gigantesco albero che cresceva dal centro del cortile fino a ripararla coi suoi rami oltre il tetto al terzo piano. Marco era sorpreso quanto gli altri e non riusciva a spiegarsi come poteva essere cresciuto quell’albero cosí grande in una sola notte. Era un vero e proprio mistero. Entrarono tutti insieme dalla porta principale che, dopo l’improvvisa crescita dell’albero era rimasta inclinata da un lato: una volta dentro, i bambini si accorsero che tutta la casa era inclinata verso destra, per via delle grosse radici dell’albero che l’avevano compressa, ma che adesso la sostenevano in quella posizione.

Il tronco dell’albero cresceva aggraziato dal punto in cui c’era stato il pozzo, ora quasi completamente invisibile tra le fitte radici se non per qualche mattone che spuntava qua e lá. Il gruppo di amici ammirava quell’evento inspiegabile in silenzio, finché qualcuno non notó che le fronde dell’albero erano costituite da diversi tipi di foglie e che persino i frutti erano i piú vari: su un ramo c’erano arance, su un altro mele, di lá pere, di qua albicocche. Era decisamente un albero magico! Era l’unica spiegazione possibile.

L’ora della ricreazione stava per terminare, quando Marco ebbe l’idea di portare con sé una prova tangibile della loro scoperta, cosicché i loro compagni gli avrebbero creduto quando avessero raccontato dell’albero magico. Con l’aiuto dei suoi amici, il bambino si arrampicó sul tronco fino a raggiungere uno dei rami piú bassi, che arrivavano fino alle finestre del primo piano. Sul ramo, Marco trovó una mela, delle ciliegie e un melograno. Come premio per essere arrivato fin lá, e perché era un goloso di ciliegie, se le mangió da solo, lanciando i semi piú lontano che poteva per non farsi scoprire dagli altri. Poi si mise una mela e un melograno in ciascuna tasca del grembiule e cominció a scendere.

Tornati in classe, i ragazzi raccontarono la storia dell’albero degli alberi ai compagni, mostrando la mela e il melograno colti da Marco; alcuni erano curiosi, mentre altri non gli credettero: pensavano che avessero colto i frutti da alberi diversi e si fossero inventati quella storia. Marco e i suoi amici decisero di organizzare dei piccoli gruppi che potessero passare inosservati e arrivare all’albero magico al centro della casa abbandonata, per dimostrare che stavano raccontando la veritá. Ciascuno di loro avrebbe accompagnato gli altri a vedere l’albero a turno nei giorni successivi.

Nel frattempo, Marco si portó a casa la mela e il melograno e li mangiarono insieme lui, i suoi genitori e la sua sorellina. La mamma di Marco aveva un giardino dietro casa, dove coltivava rose, gerani e peonie e spesso usava gli scarti di cibo per fertilizzare la terra. Cosí la buccia di melograno e il torsolo di mela diventarono fertilizzante per il giardino della mamma.

Quale non fu lo stupore di tutta la famiglia quando, nei giorni successivi, spuntó una giovane palma che diede presto delle dolcissime banane. Ma il giorno dopo, al posto della palma c’era un cipresso, che aveva attirato nella sua chioma uno stormo di tordi che non facevano altro che ciarlare e defecare sui fiori e su chiunque fosse capitato sotto il cipresso. I genitori di Marco erano stupiti e perplessi e non sapevano come comportarsi, visto che ogni giorno sembrava che nel loro giardino spuntasse un albero diverso, crescendo ad una velocitá mai vista prima. Dopo il cipresso fu la volta di una quercia, che con le sue radici forti e profonde provocó una perdita d’acqua nei tubi che passavano sotto il giardino. Poi l’albero si trasformó in un’acacia con grandi fiori profumati, che attirarono nubi d’insetti ronzanti, anto che la famiglia non poteva aprire la finestra del giardino.

Disperato, il padre di Marco chiamó un giardiniere per un consiglio: l’uomo si portó dietro tutti gli attrezzi del mestiere e constató subito che un albero cosí grande poteva solo essere un danno per la casa e per il giardino. Insieme ai genitori di Marco, il giardiniere decise di abbattere l’albero, cominciando a tagliarlo prima dai rami piú alti fino ad arrivare al tronco. Quando il giardiniere e il suo aiutante salirono sull’albero, che intanto era diventato un platano dai grossi rami nodosi e faceva venire una terribile allergia al papá di Marco, iniziarono a tagliare i rami con dei seghetti: ma più loro tagliavano, piú che dai rami potati spuntavano nuovi ramoscelli.

Nel frattempo non era solo nel giardino di Marco ad essere spuntato un albero magico: anche nel giardino della casa abbandonata erano nati nuovi alberi, lá dove Marco aveva buttato i semi delle ciliegie mangiate sul primo albero. Erano nati tanti alberi da frutto che avevano attirato i compagni che Marco ed i suoi amici avevano portato oltre il tunnel di rovi. Questi alberi erano ancora abbastanza piccoli e i loro rami erano facilmente raggiungibili dai bambini che li avvicinavano: alcuni si mangiarono le albicocche, altri le susine, le banane e cosí via.

Alcuni bambini si portarono la frutta degli alberi magici con sé a casa, alcuni la mangiarono e buttarono il nocciolo per strada, non possono mica perdere tempo a cercare dei cestini loro, i bambini vanno sempre di corsa. Ovunque buttassero i semi in giro per la cittá, sul marciapiede, vicino ad un fiume, vicino al portone di casa, gli alberi spuntavano in una notte e prendevano a crescere e mutare ad una velocitá mai osservata prima.

Gli alberi spaccavano il cemento, crescevano sopra le macchine e dentro gli androni dei palazzi, svegliando i malcapitati che si ritrovavano a vivere da un momento all’altro su una casa sull’albero anziché in centro e avendo per vicini grilli e scoiattoli anziché i vecchi vicini umani di cui si lamentavano sempre. In pochi giorni, la cittá si trasformó in una foresta con la piú grande varietá di alberi e arbusti mai vista prima.

Gli esperti si grattavano il capo cercando di capire cosa stesse succedendo: appena provavano ad esaminare al microscopio un campione di foglia o di corteccia degli alberi, questi si modificavano come facevano anche su larga scala: ora erano foglie di Quercus pubescens ora di Populus nigra ora di Olea europaea e cosí via. Per non parlare del fatto che non era possibile esaminare nessun tipo di seme raccolto sugli alberi magici, visto che crescevano su qualunque terreno messo loro a disposizione nei laboratori, distruggendo tutto nella loro corsa verso l’acqua, verso la luce, verso la vita.

I giornalisti erano contentissimi: finalmente una notizia nuova di cui parlare, ospiti esperti e parlatori esperti da intervistare sull’argomento, reporter da inviare sui rami dei baobab piú alti cresciuti dentro la banca della cittá. Era l’insurrezione della natura contro l’uomo? l’invasione di una specie aliena? cosa avevano capito gli scienziati? Non ci avevano capito nulla.

Era un miracolo! Annunciarono alcuni uomini di chiesa con fare mistico e saggio: il giardino dell’Eden che sbocciava di nuovo sulla terra. Gli alberi del Signore che donavano di nuovo i loro frutti agli uomini, segno che dovevano smettere d’inquinare la terra e fare la guerra tra di loro. Era un abominio! Annunciarono altri uomini di chiesa: gli orrendi alberi mutaforma donati da Satana in persona per soggiogare l’uomo con i loro frutti mutanti.

I politici erano costernati: non erano pronti ad un ritorno alla natura, avevano moltitudini da governare e soddisfare, campagne elettorali da dirigere e come avrebbero fatto con l’economia se le banche e le fabbriche fossero state rimpiazzate da un giorno all’altro da campi di limoni che non erano limoni ma anche pesche e poi sugheri…Una cosa era certa: non era colpa loro, ma del governo precedente!

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