Storie brevi

Parte I: L’Invasione

Era una bella giornata d’inizio primavera e il giardino della scuola era affollato di bambini urlanti che correvano e giocavano sotto gli sguardi vigili degl’insegnanti. Il giardino e il cortile della scuola circondavano l’edificio delle aule e della mensa, tanto che alcuni punti rimanevano spesso poco sorvegliati dalle maestre e alcuni bambini avevano eletto come loro base segreta un posto dove il perimetro della scuola formava un angolo nascosto. Era il posto ideale soprattutto per fare le imitazioni dei loro insegnanti o dei compagni che piú gli stavano antipatici.

Di questo gruppo faceva parte Marco, un bambino piuttosto gracilino, con la pelle pallida e un gran nasone. Benché non fosse molto bravo a scuola, Marco era il piú dotato nel gioco delle imitazioni: il suo pezzo forte era l’imitazione del maestro Orlandi, di storia, un uomo alto, con una grossa pancia che si abbinava perfettamente ad una testa tonda e calva, come una palla da biliardo; due occhiali spessi come fondi di bottiglia e un brutto vizio di sputacchiare sui poveri studenti dei primi banchi, completavano il personaggio.

Marco, per l’esibizione, prendeva in prestito gli occhiali di uno dei suoi compagni e stringeva gli occhi fino a che non diventavano due fessure, si muoveva su e giú ondeggiando come sotto il peso di una pancia e bofonchiava come faceva il maestro: “Ehm ehm, avete capito? Galli ehm? Hai capito?” La performance aveva sempre un grande successo.

Quel giorno d’inizio primavera Marco stava eseguendo la sua imitazione quando il maestro Orlandi in persona spuntó con la sua pelata in fondo al sentiero che immetteva nel giardino della scuola. “Ragazzi!” urló con le mani a coppa davanti alla bocca sputazzante da pesce fuor d’acqua. I bambini, pensando che li avesse beccati a prenderlo in giro, se la diedero a gambe, chi di qua chi di lá dall’angolo nascosto dove si trovavano.

Marco, che non aveva fatto in tempo a togliersi gli occhiali del suo compagno, cominció a correre nella direzione opposta a quella da dove stava arrivando il maestro col suo passo flemmatico. Il suo compagno era molto miope e gli occhiali gli davano una visuale completamente sfuocata del muro e della siepe che costeggiavano il sentiero che correva intorno alla scuola. Girandosi indietro, Marco vide una sagoma molto vicina e pensando al maestro che lo rincorreva, si tuffó col suo corpo magrolino dentro la siepe di alloro alla sua sinistra.

Oltre la siepe si aspettava di trovare un muro a secco che separava la scuola dal mondo esterno, invece si trovó all’interno di un tunnel di rovi che continuava oltre una crepa del muro di cinta. Marco si ritiró verso il fondo del tunnel e aspettó di sentir passare il maestro Orlandi con passo pesante a fianco alla siepe. Quando questi ebbe superato il punto in cui si trovava il ragazzo rannicchiato come una volpe braccata da un segugio, Marco si guardó meglio intorno e decise di esplorare il tunnel di rovi oltre il muro, dopo aver riposto in tasca gli occhiali del suo amico.

Il tunnel sbucava in un altro giardino, che fiancheggiava direttamente la scuola: al centro del giardino, ombreggiato di pini e abeti marittimi che aprivano le loro chiome perenni come grandi ombrelli verdi, c’era una grande casa che sembrava abbandonata. Marco si guardò intorno, indeciso se tornare verso la scuola o se continuare ad esplorare quel nuovo posto. Nessun cinguettio di uccelli, nessun fruscio di vento muovevano l’aria sotto gli alberi.

La curiositá vinse sulla paura e il bambino si avvió verso la casa; era una grande villa in stile classico, con finestre ornate da frontoni in stucco e balconcini con eleganti colonnine. L’intonaco era talmente vecchio che aveva assunto un colore indefinito e, attraverso le numerose scrostature, si vedevano foglie di edera e mattoni vivi some carne sotto la pelle cadente. Sull’architrave della porta di legno, anch’essa rugosa e vissuta come la corteccia dei pini del giardino, si vedeva un blasone incastonato in un esagono: sembrava un angelo con una spada.

Marco si fermó sulla soglia ad osservare l’emblema e poi spinse piano la porta per entrare. Il suo volto venne investito da un’aria umida e fredda, che sapeva di cantina e di polvere. Marco lasció che i suoi occhi si abituassero alla penombra in cui era immersa la casa e vide che si trovava in una specie di chiostro: un corridoio quadrato chiuso da alte finestre di vetro sottile che dava su un cortile interno. Al centro del cortile c’era una bassa struttura esagonale di mattoni, coperta da assi di legno. Attirato dal cortile interno, Marco aprí a fatica la finestra che cigoló sui cardini rimbombando in tutta la casa.

Il bambino si avvicinó per esaminare il muretto esagonale e bussó con le nocche sopra le assi di legno che vi erano inchiodate sopra. Il suono gli tornó cavo all’orecchio: era un pozzo. Marco si guardó intorno cercando qualcosa con cui rimuovere le assi; voleva vedere quanto fosse profondo il pozzo. Il cortile era spoglio e l’erba che vi cresceva era gialla e malaticcia e esplorandone i contorni, il bambino trovó solo un vecchio cucchiaio di metallo che era arrivato lí chissá come.

Marco raccolse il cucchiaio e lo ripulí sul grembiule dalla terra che lo incrostava. Era un ragazzo pratico e svelto: nonostante non fosse molto portato in italiano e storia, nei laboratori di arte e scienze era molto bravo. Scelse con cura uno dei chiodi piú sporgenti e, infilandovi sotto il cucchiaio dalla parte del manico, fece leva per sollevare il chiodo. Quest’ultimo, arrugginito e allentato da anni di sbalzi termici nella tavola di legno, cedette senza troppo sforzo. Entusiasta per il primo successo, Marco prese a lavorare alacremente per rimuovere tutti i chiodi di ben due assi.

Il bambino si accontentó di due assi cosí da non correre il rischio di cadere dentro il pozzo. Lo spazio ricavato faceva entrare luce a sufficienza per distinguere l’interno del pozzo fino in fondo: i mattoni del pozzo erano spogli e coperti di muschio e in fondo non c’era acqua, come aveva sperato Marco, ma terra. Il tronco mozzato di un albero che affondava le radici in profonditá, giaceva secco sul fondo del pozzo.

Deluso per l’assenza di acqua, Marco sospiró e controlló il suo orologio da polso: erano giá le 14.00! Di colpo si rese conto che la ricreazione era finita e forse tutti i suoi compagni erano giá tornati in classe. Trotterelló verso la porta a vetri, la richiuse cigolante dietro di sé e uscí dal portone principale. Ritrovare il tunnel di rovi che passava attraverso il muro di cinta della scuola non fu difficile e una volta attraversato, Marco corse a perdifiato verso la sua classe. Solo quando fu seduto al suo posto, fortunatamente la maestra d’inglese non era ancora arrivata, si rese conto di non aver rimesso al loro posto le due assi di legno che bloccavano il pozzo.

La luce delle stelle cadeva nel pozzo attraverso l’apertura nelle assi lasciata da Marco, inondandolo di un riflesso argentato come se il pozzo contenesse acqua. In fondo al pozzo, dal centro del tronco secco dell’albero, un’esile piantina cresceva a vista d’occhio, allungandosi verso la luce. All’inizio, la piantina era spuntata come la gemma di una pianta di bambú; appuntita e dritta si era poi biforcata in due rami sottili con delle foglie piccole di un verde brillante in cima.

Mentre la piantina cresceva, le foglie spuntavano, cadevano, poi si trasformavano in fiori, ora di melo, ora erano delle rose con le spine. I fiori appassivano e diventavano frutti: sul ramo di destra erano piccole mele gialle, su quello di sinistra erano dei fichi e cosí via. Lo strano albero cresceva e si trasformava in tutti gli alberi del mondo, finché non arrivó con i rami oltre l’apertura nel pozzo, giusto in tempo per accogliere un temporale primaverile. Un banco di nuvole aveva coperto le stelle e lasciava cadere grosse gocce d’acqua sulla terra assetata.

Nuove radici si ancorarono al fondo del pozzo, mentre alcune risalivano come serpenti nodosi per raccogliere piú acqua, intanto l’albero diventava prima un salice piangente, poi una giovane mangrovia. I suoi rami crescevano e s’irrobustivano innalzandosi verso il tetto del cortile interno della casa, aprendosi come tante braccia a puntellarsi dove poteva: sulle finestre, sui muri, sulle tegole. La casa scricchiolava sotto la forza di crescita dell’albero, finché con quello che suonó nel fruscio della pioggia come un sospiro, l’albero smise di crescere e la casa si riassestò.

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