Storie brevi

Parte I: Storia di Orso

C’era una volta un orso.

Un giovane orso bruno, che viveva solitario e pacifico sulle montagne vicino ad un paesino. Le montagne erano alte, rigogliose e piuttosto vuote: la maggior parte degli animali che le abitavano in origine, prima che l’orso nascesse, erano morti o erano stati portati via dall’uomo. “Salvati” dagli uomini stessi, che occupavano, sempre piú invadenti, le montagne. Portati in luoghi protetti, chiusi da recinti, dove potessero vivere osservati, ma vivere, non morire di fame o braccati dai cacciatori.

Tutto questo ovviamente il giovane orso non lo sapeva: lui era giá nato sulle montagne deserte, pochi anni prima. Mamma orsa aveva partorito e cresciuto lui e sua sorella in una primavera fredda, ma gioiosa. Poi un giorno, al tramonto, mentre i tre tornavano verso la tana, un buco ai piedi di un noce centenario, qualcosa aveva punto l’orso sulla spalla e lui si era sentito sopraffare da una stanchezza improvvisa e si era addormentato.

Al suo risveglio era solo: sia sua madre che sua sorella erano sparite. Le aveva cercate a lungo, seguendo le tracce lasciate dagli uomini e dalle macchine fino all’asfalto, dove le aveva infine perdute. L’orso aveva vagato solo sulle montagne, fino a quando la solitudine era diventata un’abitudine e il ricordo della madre e della sorella solo una scintilla malinconica nella sua memoria.

Il villaggio che si ergeva su una collina nel territorio dell’orso, era quasi disabitato: solo anziani rimanevano a mettere legna nei caminetti e scaldare le case vecchie ormai. I giovani erano andati tutti altrove, nelle cittá, perché nessuno voleva piú vivere in un paese perso nelle montagne, dove si puó solo coltivare la terra sassosa, allevare gli animali e cacciare. Questi mestieri non interessavano piú a nessuno ormai, cosí i figli ed i nipoti avevano lasciato che i nonni trascorressero soli il resto delle loro vite, nel posto dove erano nati e cresciuti.

Sia le montagne che il paese erano quasi vuoti dunque.

Solo in estate, per pochi giorni, il villaggio tornava a brulicare di vita: in occasione di certe feste antiche, le famiglie tornavano a riunirsi sotto lo stesso tetto. Il paese si preparava per la festa, con fiori colorati e lenzuola di pizzo bianco alle finestre. In strada l’odore del pane, carne e sugo, tornavano a stuzzicare i nasi dei bambini che correvano vestiti a festa verso le tavole apparecchiate di leccornie. La sera, il paese si riuniva a ballare in piazza e ad aspettare i fuochi d’artificio che illuminavano la notte.

Visto che il piccolo paese era abitato esclusivamente da anziani, capitava spesso di dover salutare qualcuno definitivamente. Una cosa alquanto deprimente: un paesino che si spopola, piano piano, e non solo come numero di abitanti. Un paese che muore viene dimenticato, quelli che avevano vissuto lí tutta la vita si portavano con sé i ricordi, le storie e il sapere. Nessun altro le aveva ereditate e cosí, tutto finiva nel piccolo cimitero al limitare del bosco, sul fianco ombroso della montagna, poco distante dal paese.

Con le feste, anche il cimitero veniva visitato piú spesso; potremmo dire che la festa si spostava anche lí. Tutti i parenti andavano solerti a visitare le tombe dei loro cari: armati di strofinacci, secchi e fiori freschi, andavano a pulire le lapidi, lucidare le fotografie e rimpiazzare i fiori, ormai appassiti dalla loro precedente visita. Un luogo tranquillo, il piccolo cimitero, come tutti i cimiteri del resto; la maggior parte dei suoi abitanti erano sistemati in loculi di marmo, altri in cappelle di famiglia, a ricreare la casa che avevano lasciato in vita. Alcune tombe erano nella terra viva, ma erano poche, vecchie e le loro iscrizioni ormai stentavano a vedersi sulla pietra o il legno raggrinzito. Alti cipressi accompagnavano i visitatori lungo il vialetto in salita verso le tombe dei loro cari, sentinelle di un percorso che solo alcuni potevano percorrere in entrambe le direzioni.

L’orso bruno, essendo giovane, non era molto avvezzo ancora alle abitudini dei suoi vicini umani; una cosa che sua madre e la sua scomparsa improvvisa, gli avevano insegnato, era che fosse molto meglio stargli lontano. Ció non voleva dire che l’orso non sapesse come sfruttare quello che le persone mettevano a sua disposizione: quando non trovava abbastanza di cui sfamarsi, l’orso si avventurava volentieri negli orti degli uomini, dove trovava alberi da frutto e galline. I suoi preferiti erano degli alberi di pere di un vecchio contadino e un albero di fichi in un giardino del paese.

Il primo costituiva una sfida per via del vecchio scorbutico e del suo cane rumoroso che faceva la guardia all’orto durante notte. All’inizio il cane abbaiava quando sentiva l’orso avvicinarsi, ancora di piú da quando l’orso gli aveva ringhiato per farlo impaurire; il cane doveva essere molto stupido, perché non aveva smesso di dargli noia, bensí abbaiava ancora piú forte. Ma solo dopo che l’orso aveva potuto mangiare qualche frutto succulento dall’albero. Il contadino invece, poteva essere un serio pericolo: era in quell’etá in cui ne aveva viste talmente tante che nulla gli faceva piú paura, a parte la morte, e non aveva la benché minima tolleranza per la sfacciataggine dei giovani, figuriamoci per quella di un giovane orso bruno che rubava le pere dal suo albero. Perció, il vecchio usciva al richiamo del suo fedele cane, brandendo un fucile e, riempiendosi i polmoni ben bene, a gran voce gridava al buio della notte: “Lazzaroooooneeeee!”. Espressione che nel dialetto locale si riferiva ad un furfante-buono-a-nulla-ladro-di-pere. L’orso, che non conosceva la lingua umana, aveva ormai capito, dopo le prime due sortite, che non era una vera e propria minaccia ma, per sicurezza, batteva in ritirata comunque.

Il secondo, l’albero di fichi, era una sfida per via della posizione cittadina della pianta: l’albero infatti cresceva in un giardino dietro un muro alto e bianco, affianco ad una strada che portava ad una delle piazze principali del paese. Era un albero alto: i suoi rami arrivavano ben oltre il muro, che faceva a volte da posta ombrosa per la gente che si fermava a chiacchierare verso il tramonto e alla sera. C’erano pochissimi momenti in cui l’orso si azzardava ad andare all’albero di fichi, benché questi fossero i suoi frutti preferiti; evidentemente tutte le creature prediligono ció che non possono avere o che é difficile ottenere. É come se il premio, dopo la sfida, acquisisca un sapore diverso: quello della vittoria, senza dubbio. La vittoria sapeva di fichi, per l’orso bruno. Perció, gli unici momenti in cui l’orso si avvicinava all’albero erano a tarda notte, possibilmente con la luna nuova, cosí da essere completamente coperto dall’oscuritá, oppure quando tutti gli abitanti del paese erano a guardare i fuochi d’artificio nella piazza dalla parte opposta rispetto a quella vicina all’albero di fichi. Quest’ultimo, era il momento in assoluto piú rischioso, ma dava ancora piú soddisfazione all’orso quando, con la pancia piena di fichi e illeso, si allontanava dal paese senza che nessuno l’avesse visto.

I fuochi d’artificio: la prima volta che sua madre aveva portato lui e sua sorella, ancora molto piccoli, a vederli gli avevano fatto una gran paura, come avrebbero dovuto. Lampi abbaglianti di luci colorate nel cielo, seguite da botti assordanti il cui eco rimbalzava sulle rocce delle montagne e si rincorreva per chilometri; gli scoppi, rimbalzavano anche nel petto dei piccoli orsi, in cui i cuori battevano terrorizzati. Mamma orsa aveva insegnato loro ad avere paura dei fuochi d’artificio e a stare lontani dagli umani e avrebbe sicuramente disapprovato del comportamento del suo piccolo, ora che lui sfruttava i fuochi per avvicinarsi ancora di piú alle spalle degli umani e mangiare sotto il loro naso. Ma il giovane orso non aveva dimenticato l’insegnamento di sua madre; lo aveva solamente adattato al suo scopo. Col tempo, crescendo, aveva scoperto che i fuochi d’artificio erano come un tremendo temporale in cui non si rischia neanche di essere colpiti da una saetta e che, al tempo stesso, gli uomini erano cosí attratti da quelle luci e scoppi che non pensavano ad altro, per qualche minuto, che a starsene col naso per aria e le bocche mezze aperte. La distrazione perfetta per raggiungere i frutti proibiti.

Il giovane orso sapeva bene che quando il paese si riempiva nuovamente di persone e le stelle d’estate raggiungevano il centro del cielo, si avvicinava il momento dei fuochi d’artificio; il momento in cui lui avrebbe potuto pasteggiare all’albero di fichi.

Cosí, la sera tanto attesa arrivó presto e l’orso a mala pena riusciva a contenere la sua energia e l’acquolina in bocca per il sapore dolce dei fichi che lo aspettavano. Osservó da sotto la collina, la piazza del paese che si riempiva di persone festanti e bambini urlanti; quando percepí gli uomini che davano fuoco ai razzi cominciare a muoversi poco distante da lui, si incamminó nel buio verso la parte opposta del paese.

L’antico paese era stato costruito sulla cima di una collina che scendeva a dirotto su una valle con un fiumiciattolo: i romani l’avevano costruito secoli prima come presidio su quelle montagne brulle e zona di rifornimento per gli spostamenti dei loro eserciti. Negli anni, a causa di frequenti terremoti, parte della collina era franata a valle, portando con sé anche case, animali e vite umane. Dopo ogni disastro, i paesani avevano ricostruito dove potevano, ma la parte franata della collina era rimasta, cosí che alcune abitazioni ora davano su uno spettacolare strapiombo di un centinaio di metri.

L’orso era ormai diventato esperto nello scalare la roccia verso le prime case del paese, passando tra sterpaglie, cespugli e tane di vari animali: donnole, topi, serpenti e qualche lepre, ormai sapevano che la notte dei fuochi d’artificio non solo per i fuochi, ma anche per il passaggio dell’orso, dovevano rimanere ben nascosti.

L’orso arrivó alla prima casa che s’incontra dal pendio, scavalcó nel giardino e subito un bagliore colorato nel cielo notturno esplose con un fragore che rimbombó in tutta la valle: i fuochi erano iniziati. Il suo tempismo era talmente perfetto, che l’orso poteva giá sentire il fruscio delle ali della vittoria a fianco alle sue orecchie. Il muro del giardino con l’albero di fichi era direttamente confinante con il giardino dove si trovava lui ed era alto, per via del dislivello della collina; l’orso prese una bella rincorsa, saltó agile, nonostante il corpo robusto e si aggrappó con le zampe anteriori al bordo del muro. Con gli artigli delle sue zampe posteriori, si puntelló nella pietra come se fosse sabbia e in un attimo fu dall’altra parte del muro.

L’albero era lí, con i suoi frutti succulenti ad aspettarlo.

L’orso si leccó i baffi, mentre il cielo mandava lampi di luce colorata sempre piú frequenti, con lo svolgersi dello spettacolo pirotecnico. Si arrampicó sul tronco dell’albero con la stessa agilitá dimostrata in precedenza e benché l’albero oscillasse sotto il suo peso, sapeva che avrebbe retto, come tutti gli anni. Il sapore del primo frutto gli fece quasi venire le lacrime agli occhi da quanto era delizioso e da quanto l’aveva aspettato. L’orso si protendeva sempre piú in alto, visto che i frutti migliori si trovavano sui rami piú alti, quelli che arrivavano quasi oltre l’altro lato del muro.

Preso com’era a raggiungere e mangiare i fichi e distratto dal rumore dei fuochi, l’orso non si accorse peró di non essere solo: quella sera, una coppia furtiva d’innamorati aveva deciso di sfruttare a loro volta il diversivo dei fuochi d’artificio per appartarsi sul muro al confine col giardino, dove arrivavano i rami dell’albero di fichi. All’inizio, presi com’erano anche loro dalle loro faccende, non si accorsero dell’orso sull’albero sotto di loro, finché questi non si mise a scuotere i rami piú vicini per arrivare ai fichi migliori. Gl’innamorati si guardarono intorno perplessi, pensando di essere stati colti sul fatto, e sporgendosi dal muretto dove sedevano, si ritrovarono quasi faccia a faccia con un orso molto impegnato a divorare dolci fichi. I tre si guardarono impietriti per un istante, poi la ragazza diede un urlo, strattonando la manica del suo compagno; questi, preso dalla paura dell’orso feroce che avanzava sull’albero verso di loro e la sorpresa dell’urlo di lei, si sbilanció, cercando appiglio sul vestito della giovane ed entrambi precipitarono verso l’orso. Anche l’orso urló a suo modo e cercando di evitare i due umani che gli piovevano addosso si lancío verso l’alto, trovandosi sulla strada, dall’altra parte del muro. L’orso si guardó indietro: i due umani erano aggrovigliati a terra, urlanti, chiedendo aiuto, credevano che l’orso fosse ancora nel giardino con loro.

L’orso, preso dal panico, si rese conto di essere completamente esposto sulla strada del paese, i fuochi erano finiti e le urla dei due arrivavano ovunque, facendo accendere luci dietro finestre e facendo abbaiare i cani dietro le porte chiuse. L’animale si mise a correre verso la montagna per nascondersi: nella sua corsa, passó a fianco al giardino pubblico con la fontana melmosa da dove tutti i cani del paese bevevano. Ma al giardino incontró un gruppetto di umani che tornavano a casa dopo i fuochi: questi si spaventarono vedendo l’orso correre nella loro direzione e cominciarono ad urlare a loro volta, alcuni scapparono altri si strinsero gli uni agli altri per proteggersi. L’orso li evitó, cambiando strada e correndo piú veloce che poteva; appena arrivato all’ultimo lampione che marcava la fine del paese e l’inizio dell’oscuritá, vi si infiló e continuó a correre in salita lungo il costone di una collina pietrosa. Poteva sentire il paese animato da voci, grida e altri suoni minacciosi, che lo spinsero a non rallentare; la collina era buia e inquietante. L’orso correva piú lontano che poteva, se non che all’improvviso una civetta gli planó sulla testa, difendendo il suo territorio: l’orso gemette per evitarla, inciampó di lato e ruzzoló giú dalla collina. Rotoló e rotoló dolorosamente, senza riuscire a fermarsi, finché non sbatté contro qualcosa di freddo e, facendo un gran rumore, finalmente si arrestó.

Troppo dolorante per rialzarsi, l’orso rimase a terra, cercando di respirare e far fronte al dolore che provava in tutto il corpo. Mentre rimaneva cosí, il suo naso percepí odore intenso di resina, fiori e un odore dolciastro che non riusciva a riconoscere. D’un tratto, sentí un tepore sulla zampa e aprí gli occhi: una vecchia rugosa gli stava accarezzando la zampa, pallida, quasi trasparente. L’orso era molto impaurito ma non poteva muoversi e si accorse che intorno a lui, era pieno di figure pallide, vecchie e con sguardi preoccupati.

“Povera creatura” disse la vecchia “devi avere tutte le ossa rotte, dopo quella caduta”

“Non si puó fare nulla?” chiese un altro vecchio.

“E cosa, siamo morti idiota! Come ho fatto a sopportarti in vita ora mi tocca l’eternitá!” gli rispose un altro.

“Bene! Allora perché hai voluto farti seppellire qui, si puó sapere?” rispose il primo, alzando subito i toni.

“Oh no, basta! Ancora questa storia?” protestarono altri vecchi.

“Insomma voi due! Dobbiamo fare qualcosa per questo povero orso!” disse la vecchia.

“Forse le guardie del parco sono ancora in giro” fece qualcuno “potrei andare ad attirare la loro attenzione sulle coordinate del cimitero”.

Ci fu un brusio di assenso generale.

“Fai presto, il poverino é mezzo morto!” disse la buona vecchina.

Trascorsero un paio d’ore, durante le quali l’orso perse i sensi varie volte, ma ogni volta che era cosciente, l’anziana era al suo fianco, insieme ad altri; provarono a bagnargli la bocca con l’acqua di una fontanella, ma l’orso non era in grado di buttare giú nulla. All’improvviso, l’orso si rese conto che c’erano delle persone, vive, che si muovevano intorno a lui, con torce elettriche che lampeggiavano ferendo i suoi occhi. Gli uomini, dopo aver girato intorno a lui numerose volte, parlando in delle radioline rumorose, tirarono fuori una valigetta, fecero una puntura nel sedere dell’orso che tremó di paura, ricordandosi di come sua madre e sua sorella fossero scomparse tanti anni prima, e si addormentó profondamente.

Gli umani che salvarono l’orso, si chiamavano guardia-boschi: erano incaricati del comune e delle autoritá del parco dove viveva l’orso, di monitorare la salute di orso e altri animali che erano stati inseriti nel parco. La notte dei fuochi d’artificio stavano proprio seguendo l’orso col GPS che gli avevano impiantato nell’orecchio anni prima, quando avevano preso sua madre e sua sorella. Fortunatamente per il giovane orso, anche i guardia-boschi erano distratti dai fuochi d’artificio e non avevano mai notato di come si avvicinasse pericolosamente all’albero di fichi. Quella notte peró, messi in allarme dalle urla provenienti dal paese, e avendo notato gli spostamenti strani dell’orso sulla mappa, si erano messi a seguirlo. Ora: le attrezzature a disposizione dei guardia-boschi non erano molto all’avanguardia, anzi, piuttosto scadenti in quanto i fondi a disposizione del parco scarseggiavano. Dunque a volte succedeva che il segnale dato dal GPS di orso, per via di interferenze varie, svanisse momentaneamente; come successe nel momento in cui l’orso cominció a correre sulla montagna e poi cadde nel cimitero del paese. Quando lo spirito li trovó, stavano cercando di capire cosa non funzionasse con il loro rilevatore, ma a lui bastó sfiorare il dispositivo per indirizzarlo nella posizione esatta dell’animale ferito.

*

Fine Parte I

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