Storie brevi

Natale in tre tempi

In un paesino incastonato tra le montagne innevate dove tutto dormiva sotto la neve e le foglie appuntite del vischio, le luci gialle dietro le finestre brillavano ancora come tanti occhi assonnati delle case di pietra. La notte della vigilia di Natale, si annuncia col rintocco della campana della chiesa.

Nella sala della casetta con le finestre che davano sulla piazza, il camino crepitava caldo e allegro e sulla stufa di ghisa, una padella ribolliva invitante di sugo grasso e succulento che si faceva solo alla vigilia, risparmiando i soldi per la carne durante i mesi precedenti. Tre bambini si scaldavano mani e piedi davanti al fuoco, gustandosi una tazza di vino caldo e dolce che gli adulti gli concedevano in quel giorno di festa. I tre erano arruffati dopo una giornata di giochi nella neve e venivano sorvegliati da vicino dalla piccola nonnina che si dondolava sulla sedia di vimini dietro di loro. Doveva assicurarsi che non scappassero di nuovo fuori per il resto della serata, mentre la madre preparava la cena prima della messa di Natale.

“Adesso venite qui che vi racconto una storia di Natale” disse la nonnina.

“Nonna le storie di Natale sono noiose!” si lamentó il fratello maggiore.

“Che sciocchezza! La storia che vi racconteró oggi non é solo una storia di Natale, ma anche una storia di fantasmi” disse la donna.

“I fantasmi non esistono!” disse la sorella piú piccola con voce acuta.

“Ah si? E allora chiedetelo a vostro padre: é proprio lui il protagonista di questa storia…

Una vigilia di Natale come questa, tanti anni fa quando vostro pradre era ancora giovane, una terribile bufera di neve sferzava le strade del paese. I fiocchi di neve si erano trasformati in lame di ghiaccio che tagliavano il viso di chi si azzardava ad uscire di casa; il vento fischiava nelle orecchie come l’ululato dei lupi quando sono a caccia e la neve arrivava fino alle ginocchia. Vostro padre era uscito tardi dalla sua bottega di ciabattino, per venire a festeggiare con noi e con la sua fidanzata, vostra madre. Essendo tornato da poco tempo dalla guerra e non avendo molto da offrire in dono, si era attardato per finire un paio di scarpe nuove per il futuro suocero, vostro nonno. Le scarpe erano di pelle liscia e lucida, da gran signore e vostro padre ci teneva molto a portarle in segno di rispetto e affetto per la sua futura famiglia.

L’uomo camminava a fatica, piegato sotto il vento gelido e sprofondando nella neve mentre saliva al paese alto dove si trova la nostra casa. Passando a fianco al campanile della chiesa caduta durante il terremoto che aveva scosso il paese durante la sua infanzia, si accorse che una fila d’impronte si profilavano nella neve davanti a lui. Alzando lo sguardo, nella tormenta di fiocchi davanti a sé, scorse la sagoma nera di un uomo che camminava poco piú avanti. Aguzzando la vista, vostro padre riconobbe la mole di suo cugino Gennaro.

“Ehi-oh Gennarí! Buon Natale!” gridó per sovrastare il vento.

Gennaro si fermó e aspettó che vostro padre lo raggiungesse. Non appena gli si avvicinó, vostro padre vide che Gennaro non indossava nessun cappotto, ma una semplice camicia e panciotto per la festa, il suo volto era pallido e gli occhi tristi. Vostro padre si accorse che perfino le scarpe mancavano ai piedi di Gennaro: i piedi erano nudi e quasi blu per il freddo.

“Ma Gennarí, cosa fate! Neanche le scarpe vi siete messo! Non avete freddo?”

Gennaro si limitó ad annuire e non disse una parola.

“Dovete tornare a casa presto, o congelerete qui fuori senza neanche una mantella!” disse vostro padre.

Ancora una volta Gennaro non rispose e scosse solamente il capo, afflitto.

Qualcosa si mosse dentro il cuore di vostro padre: non poteva certo lasciare suo cugino cosí, sperduto nella neve. Tirando fuori la scatola in cui aveva incartato le scarpe per il suocero, le porse a Gennaro.

“Tenete, almeno non vi congelerete i piedi, ovunque stiate andando” disse.

Gennaro prese le scarpe e improvvisamente il suo volto pallido s’illuminó di un sorriso che gli scaldó la figura. “Grazie cugino Ciro, siete molto buono. Non vi dimenticheró” disse con una voce che veniva dal vento.

Vostro padre non fece in tempo a chiedergli cosa intendeva che vennero investiti da una raffica terribile di vento e neve che gli fece chiudere gli occhi per proteggersi piú che poteva. Quando la raffica passó e vostro pradre riaprí gli occhi, Gennaro non c’era piú e lui si ritrovó chissá come giá davanti alla porta di casa della sua fidanzata. Sconvolto da quel prodigio, entró in casa a scaldarsi: lo accogliemmo tutti preocupati di farlo scaldare e di farlo accomodare accanto al fuoco, dove vostro nonno era giá seduto con un bicchiere di vino caldo. Vostro padre era sconsolato per essere arrivato cosí a mani vuote dal suocero e per giustificarsi raccontó, battendo i denti, quello che gli era appena successo.

Vostro nonno lo ascoltó e poi disse: “Ciro, sei un ragazzo generoso e dal cuore buono. Ma tu non puoi sapere, perché hai passato tutto il giorno in bottega, che Gennaro é morto questa mattina: sai quanto era imponente il poveraccio, talmente tanto che il becchino non é riuscito a farlo entrare nella bara con le scarpe, lo abbiamo dovuto mettere a riposo cosí, scalzo”. Vostro padre allora capí di aver incontrato il fantasma di Gennaro, senza saperlo. Il suocero dette una pacca affettuosa sulla spalla del giovane. “Sono sicuro che le tue scarpe sono state un dono molto gradito al povero cugino e che gli faranno raggiungere il regno dei cieli al caldo e come un gran signore”.

*

“Ma papá non aveva paura del fantasma di Gennarí?” chiese il secondo fratello, che era il piú pauroso dei tre, ma anche il piú discolo.

“E perché avrebbe dovuto avere paura del povero Gennarí? Il piú delle volte i fantasmi non fanno paura, sapete bambini? É la nostra paura della morte a farci avere apura di loro. Mentre gli spiriti che vediamo in vita, sono solo persi oppure vengono a farci visita. Come successe la mia vecchia nonna, Donata…

La mattina del giorno di Natale come sapete solitamente nel nostro paese nevica abbontantemente e quasi tutte le porte a livello della strada vengono sommerse fino a metá dalla neve caduta durante la notte. Nessuno esce di casa prima che le strade vengano spazzate con pala e rastrello dagli uomini di casa, tranne il fantasma Bussatore: nessuno aveva mai visto questo spirito che girava per il paese addormentato. Si aggirava per le strade innevate senza far nessun rumore tranne quando bussava improvvisamente alle porte, facendo svegliare i malcapitati. Se qualcuno provava a chiedere chi bussasse alla porta la mattina di Natale, quando ancora la neve sommergeva la soglia, non riceveva risposta e il bussare cessava.

La mia vecchia nonna viveva tutta sola ormai in una casa con un gatto vecchio quanto lei: suo marito era morto e tutti i figli si erano sposati, tranne il piú giovane che non era piú tornato dalla guerra. Cosí la mattina di Natale si svegliava sola nella sua casa, ancora fredda per la stufa che si era spenta lentamente durante la notte. Quel giorno, Donata si sveglió a quello che le sembrava un suono delle campane e si alzó dal letto pensando che fosse in ritardo per la messa di Natale. Si mise lo scialle di lana sulle spalle, andó in cucina e accese il fornello della stufa dove aveva preparato la caffettiera la sera prima. Fu allora che si accorse, dall’unico orologio appeso nella casa, che in realtá le campane avevano suonato solo nei suoi sogni, visto che si era alzata poco prima dell’alba e molto in anticpo per qualsiasi cosa. Rise tra sé e decise di non tornare a letto, ma di godersi il caffé in pace.

Aprí la finestra sopra l’acquaio della cucina di uno spiraglio e verificó che le strade fuori erano ancora invase dalla neve e che la sua porta era bloccata di fino a piú di metá della sua altezza. Tornó verso la stufa per togliere la caffettiera che gorgogliava sul fuoco e sentí il bussare alla porta. Donata rimase perplessa per un attimo, poi ricordandosi del fantasma Bussatore scosse la testa e continuó ad apparecchiare per il caffé, senza neanche chiedere chi fosse. Non fece in tempo a prendere una tazzina di caffé che sobbalzó sentendo di nuovo bussare alla porta: era strano, solitamente il fantasma non era mai insistente e spariva ogni volta che gli si rispondeva. Ma la vecchia non aveva risposto alla prima bussata, né alla seconda, visto che si era spaventata per la sorpresa. Cosí il fantasma tornó a bussare una terza volta; finalmente nonna Donata rinsaví e chiamó con una voce gracchiante del mattino “Chi é?”.

“Che sollievo! Non mi rispondeva nessuno e cosí ho temuto che non foste in casa, madre” Fece una voce scquillante al di lá della porta. Donata non riusciva a credere alle sue orecchie: era la voce del figlio mai tornato dalla guerra. Corse alla porta lasciando che lo scialle le cadesse dalle spalle, era troppo felice di sentire il suo bambino tornato a casa.

“Antonio! Ragazzo mio! Aspetta che ti apro, fatti vedere!” ansimó la nonna, armeggiando col chiavistello.

“No no vi prego madre! Non aprite la porta, vorrei parlarvi ancora un poco prima di riprendere il mio cammino” rispose la voce di suo figlio.

Donata rimase immobile, dietro la porta “E perché? Figlio é cosí tanto tempo che desidero rivederti! Vieni dentro da tua madre e scaldati con me vicino alla stufa, il caffé é appena fatto…questo é davvero un giorno benedetto se posso solo vederti per un attimo!” disse la mia vecchia nonna, piangendo.

“Madre non piangete” disse la voce di Vincenzo dietro la porta “Non posso piú entrare in casa con voi, ma mi scalda l’anima sentirvi e questo é il dono migliore che potessi avere oggi. Ho cercato a lungo di tornare a casa da voi madre, ma la strada é stata lunga e le porte erano sempre chiuse, ovunque bussassi nessuna voce era la vostra a rispondermi” disse la voce.

“Sono qui bambino mio, lascia che tua madre ti veda!” imploró Donata.

“Non posso, non ho che la voce del vento per parlarvi in quest’ora prima del mattino di Natale, é cosí che mi é stato concesso, se fossi riuscito a trovare la strada per arrivare a voi. Adesso che vi sento, finalmente sono felice” disse Vincenzo.

“Oh povero Vincenzo mio…” disse Donata, non riuscendo a trattenere le lacrime per la gioia di sentire la voce di suo figlio e per il dolore di sapere che non sarebbe mai piú tornato a casa.

Il sole spuntó dietro la montagna, entrando dalla finestra socchiusa sopra il lavello.

“Il mio tempo é finito su questa terra. Abbiate cura di voi madre, io vi aspetteró insieme al babbo…” disse la voce dietro la porta.

Donata, in uno slancio, aprí la porta e si trovó davanti un muro di neve che le bloccava il passaggio, alto fino alla sua spalla. Davanti a lei vide un paio di scarponi che s’incamminavano silenziosamente verso il sole, senza rumore e senza lasciare impronte. Quando la figura di spalle fu quasi sparita controluce, lei lo chiamó. Vincenzo si voltó e sorrise, apena prima che il sole lo inghiottisse e lo portasse con sé.

*

“Da quel giorno, nessuno ha piú sentito bussare il fantasma la mattina di Natale. Pare che Vincenzino abbia trovato la strada giusta dopo tanto vagare” disse la nonna.

“Dai nonna! Ti stai inventando queste storie, vero?” protestarono i bambini, ridendo.

“Niente affatto! Nei giorni della vigilia e di Natale, succedono sempre cose strabilianti, solo che bisogna essere fortunati per vederle!”

In quel momento le campane suonarono chiamando gli abitanti del paesino alla messa di Natale; i tre bambini si scossero dal torpore dato dal vino dolce e dal tepore del fuoco scoppiettante.

“Forza forza! Correte a prepararvi, non fate aspettare vostra madre!” esclamò la nonna.

I bambini corsero a vestirsi con sciarpe, cappelli di lana e decisero di portarsi, di nascosto, una delle frittelle zuccherose appena fatte, nascondendole sotto il cappotto prima di uscire. La loro mamma li dirigeva come un direttore d’orchestra, ma si attardò un poco dicendogli di aspettarla davanti all’entrata della chiesa mentre sistemava le ultime cose.

“Come crescono in fretta!” rise la vecchietta seduta ancora nella sedia di vimini.

La madre la guardò con affetto, si avvicinò a lei e le sfiorò la fronte con un bacio. “Grazie per essere venuta a trovarci anche quest’anno” disse.

La vecchia sospirò e ripose i ferri con la maglia sulla sedia accanto a sé: si alzò a fatica, e si avvicinò al caminetto. “È già ora? Non puoi fermarti con noi per stasera?” disse la giovane donna.

L’anziana sospirò e sorrise “Vorrei tanto potermi fermare, ma le campane della messa hanno quasi smesso di suonare. Lo sai che posso restare con voi solo fino a quando non veniamo richiamati dal suono delle campane” disse. “È ora” ripeté, poi sorridendo alla figlia “Ci vedremo l’anno prossimo e quello dopo ancora, fino a quando potrete ancora vedermi e non sarò del tutto sparita. Allora ci vedremo tutti i giorni, nei vostri ricordi”.

La madre dei bambini osservò la sagoma della vecchia assottigliarsi e svanire piano, fino a quando la luce delle fiamme nel camino non la riportarono al presente. Si asciugò una lacrima dalla guancia con il grembiule che aveva ancora indosso, poi si andò a preparare per raggiungere e suoi bambini. Quando fu sulla porta di casa si girò e guardò la foto di sua madre sul caminetto.

“Buon Natale mamma, vi voglio bene” disse.

Sorrise e si avventurò nella notte che si riempiva già di grossi fiocchi di neve che danzavano come tanti petali caduti per adornare le case e le ciglia di chi camminava per strada.

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