Diari

I racconti di Nana trottola

Le mutande a pois

Sono nata in un paese lontano da qui, dove d’inverno la neve arriva a metri e metri di altezza e dove i fiumi sono cosí larghi che stando su una sponda, si vedono solo orizzonti d’acqua.

Mia madre mi ha dato un nome importante e maestoso, che nella nostra lingua significa “che risorgerá”; come una favolosa fenice dalle ceneri. Io invece, piú che un uccello aggraziato, mi sono sempre sentita come una specie di anatroccolo. Giá quando compii due anni, la vicina di casa aveva notato come il mio sedere e la mia testa si bilanciassero in modo da farmi anche saltellare in giro con la stessa postura di un anatroccolo giallo e chiacchierone. La somiglianza in effetti era data anche dai miei capelli biondissimi e dal fatto che mi muovessi sempre correndo o saltellando: ovunque andassi, non camminavo mai.

Questa caratteristica mi aveva portato ad acquisire is soprannome di Nana Trottola e la mia goffaggine mi cacciava sempre in qualche guaio. Ho cominciato subito, proprio intorno ai 2 anni.

L’estate di quell’anno la passammo al mare, con mia madre, l’anziana vicina di casa e sua nipote. A quei tempi non c’era ancora la televisione in tutte le case, telefonini neanche a parlarne, perció la gente leggeva, chiacchierava, le donne spesso ricamavano e intrecciavano a maglia. Dopo quella che doveva esser stata una mattina a passeggio e a giocare sulla spiaggia, mia madre si mise in cucina a preparare il pranzo, chiedendo alla vicina se potesse darmi un’occhiata mentre rimanevo nel letto a sponde. La vicina si mise seduta comodsmente sulla poltrona a fare la calza, mentre sua nipote giocava con la sua bambola ed io con qualche giocattolo sul materasso, protetta dalle sponde del letto.

Sará stata la mattinata trascorsa all’aria aperta, il piacevole sottofondo di rumori della casa o, piú probabilmente, il movimento ipnotico dei ferri, fatto sta che le palpebre della vicina cominciarono a farsi pesanti. In breve tempo, la donna russava sommessamente con la testa ciondolante sul petto.

Quando mia madre si affacció dalla cucina per chiamarci a tavola, trovó la stanza vuota, ad eccezione della vicina che se la dormiva in poltrona: entrambe le bambine erano sparite.

“Sveglia zia Paula! Dove sono andate le bambine?” chiese mia madre scuotendo la donna con voce acuta e giá nel panico. Dalle nostre parti si usa ancora chiamare con un appellativo familiare le persone: zia/zio per i coetanei o per quelli appena piú grandi di noi, nonna/nonno per gli anziani e cosí via. Mia madre é sempre stata molto sensibile e focosa nelle sue reazioni., perció non si risparmió nel lamentarsi con zia Paula di come si fosse lasciata scappare una bambina di 2 e una di 7 anni.

Mentre le due donne discutevano animatamente entró la nipote di Paula con sguardo confuso. Zia Paula si buttó su di lei: “Piccola mia! Hai visto dov’é Nana?” imploró la nipote. La bambina si limitó ad indicare la porta d’ingresso aperta.

Mia madre si precipitó fuori, il viso in lacrime e urlando con tutto il fiato “Naaaanaaaa! Nana dove sei?!” Corse fuori dal cortile della casetta al piano terra dove alloggiavamo, in ciabatte, sulla strada d’asfalto crepata dal sole che portava fino alla spiaggia. Disperata, si guardó intorno intorno e le vide: un paio di mutande blu a pois bianchi che correvano sulla spiaggia verso il mare, con andatura sgambettante.

Quel giorno di tanti anni fa, sono state le mie mutande appariscenti a salvarmi: mia madre mi raggiunse appena prima che riuscissi ad addentrarmi in acqua. Ve l’ho detto, ero un come un anatroccolo che cerca l’acqua per istinto, ma come tutti i cuccioli, non ha voglia di aspettare che la mamma le insegni a nuotare. L’importante era correre e saltellare di quá e di lá.

State tranquilli, mia mamma anche se avevo solo due anni, me le ha dette di tutti i colori. Non poteva sapere che quello era solo l’inizio delle mie birbonate.

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